HomePersonaCervelloL’empatia per il dolore nei topi – e le implicazioni per noi umani

Il dolore, per quanto fastidioso, è molto importante e funzionale alla sopravvivenza non solo di un individuo ma anche di un gruppo. Secondo i neuroscienziati dell’Oregon Health & Science University, l’aumentata sensibilità al dolore, nei topi, è contagiosa. In un recente studio i ricercatori hanno infatti dimostrato come una reazione eccessiva a stimoli dolorosi lievi si può trasferire da un topo a un altro – attraverso l’olfatto.

L’esperimento

  • è stato osservato che una certa famiglia di topi caratterizzata da elevata socialità mostrava una soglia del dolore più bassa se la loro gabbia si trovava nella stessa stanza con quelle di topi doloranti
  • i ricercatori hanno trasferito la lettiera dei topi doloranti nelle gabbie di altri topi che si trovavano in una stanza separata, osservando che anche in questo caso i topi spettatori avevano una soglia del dolore più bassa – sembra cioè che non sia necessario vedere un altro topo dolorante e che la trasmissione avvenga anche se gli animali si trovano in stanze differenti
  • anche se i risultati non sono definitivi, ad oggi esistono prove sufficienti per suggerire una maggiore cautela nella disposizione delle cavie nei laboratori

E l’uomo?

I risultati di esperimenti come questo provano quanto sia importante e complesso il rapporto tra percezione del dolore e contesto psicosociale. Per quanto riguarda l’uomo abbiamo già a disposizione dei dati che rilevano come vi sia una sensibilità dolorosa alterata quando vicino a noi altre persone ricevono stimoli nocivi/dolorosi. Ad esempio, è noto che i coniugi dei pazienti affetti da dolore cronico mostrano una soglia del dolore più bassa rispetto alla media della popolazione generale. Più che a dare risposte, però, esperimenti come questo servono a sollevare domande.

“Sono indispensabili altri studi soprattutto perché, a differenza dei topi, gli esseri umani sono influenzati soprattutto da stimoli di tipo visivo che potrebbero alterare – se non addirittura sostituire – le informazioni provenienti dall’olfatto” – Andrey Ryabinin, direttore del Dipartimento di neuroscienze comportamentali dell’OHSU