HomeSocietàAttualitàOltre il body shaming. Ecco perché la donna diventa un oggetto

Oltre il body shaming. Ecco perché la donna diventa un oggetto

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Il body shaming consiste nel criticare e deridere qualcuno per il proprio aspetto fisico. Ma, oltre al mero giudizio estetico, dietro il body shaming c’è molto di più: l’idea di donna come oggetto sessuale, il cui unico scopo è quello di essere piacevole. 

Di recente, la scrittrice Michela Murgia (già più volte portavoce di battaglie contro la discriminazione di genere), ha nuovamente messo luce sul tema rivelando i brutali insulti a cui è sottoposta ogni giorno. In un suo post, riporta:

Scrofa. Palla di lardo. Cesso ambulante. Vacca. Peppa Pig. Sbaglio di natura. Spero ti stuprino. Anzi no, per rispetto allo stupratore. E poi saresti contenta, che tanto a te chi ti si scopa. Scaldabagno con le gambe. Tro*a schifosa. Ti vedo e vomito. È chiaro perché tu voglia i ne*ri in Italia. Fai ca*are, maiala. Mettiti a dieta. Vai in giro col burqa.

Sono “solo” insulti (piuttosto squallidi) o dietro di essi si cela un più ampio fenomeno?

Togliere la dignità umana

Già dai termini usati (cesso ambulante, scaldabagno, ecc.) è evidente la volontà di deumanizzare la persona, associandola – o per meglio dire sostituendola – con una cosa, per lederne ed annullarne le caratteristiche intrinseche dell’essere umano. In questo modo, la vittima non è più un insieme di emozioni, abilità, conoscenze e valori, ma è semplicemente un oggetto privo di una propria identità e dignità, al quale tutto può essere detto e fatto, data la sua incapacità – per definizione – di provare dolore o vergogna. Nel caso della deumanizzazione animalistica, invece, la persona è (a seconda della fantasia linguistica del bullo di turno), una scrofa, una vacca, un verme, un gorilla, una cagna… esseri, quindi, dotati sì della capacità di provare emozioni, ma solo quelle più istintive, più selvagge, più animalesche – appunto. O, molto più semplicemente, meno umane.

Tutto ciò, se nell’immediato produce un senso di umiliazione nella vittima (contrapposto al disprezzo da parte del deumanizzante), in un’ottica più ampia legittima lo stigma, la discriminazione e la violenza, persino verso interi gruppi di persone. Un esempio su tutti: gli ebrei, visti (e di conseguenza trattati) come bestie da macello durante la Shoah.

Insomma, se la vittima è meno umana, la violenza sembra meno disumana.

Proprio su tale idea, si fonda il concetto di disimpegno morale di Bandura (1991, 1999), secondo cui le persone, quando compiono delle azioni contrarie alle loro norme etiche, cercano di rendere più accettabili quelle stesse azioni, attraverso 4 tipi di ristrutturazioni cognitive:

  • la ridefinizione e la giustificazione dei comportamenti negativi (“È giusto lasciarli in mare: vengono per rubarci il lavoro”);
  • la minimizzazione della responsabilità personale, in favore di una responsabilità diffusa o attribuita ad un’autorità (“Non sono stato l’unico ad insultarli, lo facevano tutti”);
  • lo sminuire le conseguenze delle proprie azioni (“È solo un commento su Facebook, che vuoi che sia”);
  • l’attribuzione della colpa alla vittima (sì, proprio ciò che si afferma con la frase “indossava la minigonna, se l’è andata a cercare”).

Di conseguenza, è proprio la deumanizzazione quella chiave di volta che “aiuta a sorpassare il confine, perpetrando azioni impensabili in un contesto normale” (Volpato, 2011).

Quando la donna diventa un oggetto sessuale

E, a proposito di minigonne, una delle più dilaganti forme di deumanizzazione è proprio l’oggettivazione sessuale, che “riduce il valore di una persona alla sua capacità di attrazione sessuale, a esclusione di altre caratteristiche” (Volpato, 2011). Di conseguenza, il corpo della vittima viene simbolicamente separato dal resto della persona e considerato come mero strumento per il piacere sessuale altrui. Nonostante questo fenomeno cominci a colpire anche gli uomini (Martins, Tiggemann, & Kirkbride, 2007), esso travolge per la stragrande maggioranza il genere femminile. E ciò non ci sorprende, se pensiamo alle eterne pressioni estetiche a cui sono state e sono soggette le donne.

Un aspetto meno scontato, però, è il fatto che le donne stesse interiorizzino quei modelli di bellezza a cui sono paragonate. Un processo, questo, detto auto-oggettivazione: una condizione psicologica in cui si assume una prospettiva esterna a sé – in una sorta di sdoppiamento della propria persona – come modo principale attraverso cui percepirsi (Calogero, 2011; de Beauvoir, 1949).

Di conseguenza, la donna auto-oggettivante si vedrà essa stessa come un mero corpo che deve essere piacevole. E, laddove quello standard di piacevolezza non venisse raggiunto, sarà sempre essa stessa a definirsi e percepirsi come uno “scaldabagno con le gambe”. In poche parole, lo sguardo (giudicante) esterno, diventa interno, portando ad uno stato ansioso di ipersorveglianza sul corpo, nonché vergogna per lo stesso. Da qui, ecco la potenziale insorgenza di disturbi dell’immagine corporea, disordini alimentari e stati depressivi.
Ma se questo non vi sembra ancora abbastanza grave, ecco un altro dato che mette i brividi: l’auto-oggettivazione insorge nelle bambine già dall’età di sei anni (Ambrosi-Randic, 2000). Sei anni. A sei anni, una bambina si chiede se il mondo la vede come una top model o come uno scaldabagno. E imparerà, essa stessa, a vedersi come tale.

Le conseguenze dell’oggettivizzazione sessuale

Oltre ad avere un impatto sul proprio benessere psicologico, l’auto-oggettivazione peggiora anche le prestazioni della persona: l’ipervigilanza sul proprio aspetto fisico, infatti, diminuisce le risorse a disposizione per svolgere altre attività. Per arrivare a questo interessante risultato sperimentale, Fredrickson e colleghi (1998) hanno chiesto ai partecipanti di sesso maschile e femminile di indossare, a seconda delle condizioni sperimentali, o un costume da bagno o una maglia, mentre erano da soli all’interno di un camerino dotato di specchio a figura intera. L’ipotesi era che il proprio riflesso in costume avrebbe reso più accessibili i pensieri riguardanti il corpo, aumentando l’auto-oggettivazione di stato e peggiorando la performance cognitiva. In effetti, le donne in costume da bagno, durante lo svolgimento di un test di matematica, hanno mostrato una performance peggiore rispetto alle donne che indossavano la maglia. Negli uomini, invece, non è stata rilevata alcuna differenza. In realtà, studi successivi (Helb, King e Lin, 2004), hanno dimostrato che anche gli uomini, se posti in un’adeguata condizione di auto-oggetivazione, performano in modo peggiore.

Ma, come se non bastasse, l’auto-oggettivazione influisce anche sulle prestazioni motorie. In una ricerca del 2005, Fredrickson e Harrison hanno chiesto a delle ragazze (fra i 10 e i 17 anni) di lanciare una palla da baseball, il più forte possibile. Tenendo statisticamente sotto controllo le differenze d’età e le precedenti esperienze di lancio, è risultato che le partecipanti con una maggiore auto-oggettivazione di tratto (cioè stabile nel tempo e non indotta dalla situazione sperimentale) facevano dei tiri peggiori.

In sostanza, il focus sul proprio aspetto fisico ha delle conseguenze ben più pervasive di quanto potremmo immaginare.

L’oggettivizzazione sociale come mezzo di oppressione sociale

Ma se l’oggettivazione ha tutta questa serie di effetti negativi, perché è un fenomeno così radicato? In un’ottica psicosociale, l’oggettivazione non è altro che uno dei tanti mezzi per attuare la discriminazione intergruppi. Essa, nel corso dei secoli, ha infatti permesso ad una maggioranza – quella maschile e maschilista – di continuare a reprimere la libertà delle donne, fossilizzandole in un mero ruolo strumentale: donare piacere e procreare.

D’altro canto, anche le donne – auto-oggettivandosi – contribuiscono inconsapevolmente al mantenimento dello status quo, della disuguaglianza di genere. Inoltre, in una società in cui essere belle è una regola da rispettare, una donna, quando viene sessualmente oggettivata, può paradossalmente sentirsi lusingata, accettata, finalmente all’altezza degli standard. Ed ecco un effetto domino infinito.

Ovviamente, non occorre banalizzare il tutto demonizzando l’attraenza fisica (il che sarebbe comunque una forma di body shaming). Il punto è smettere di utilizzare tale attraenza come unico metro di giudizio per la persona, come unico valore e come unico fine.

Il punto è smettere di sentire il bisogno di augurare lo stupro ad una scrittrice.
Di denigrare la capitana di una nave perché non indossa il reggiseno.
Di paragonare una Presidentessa della Camera ad una bambola gonfiabile.
Di giudicare una donna perché si trucca troppo. E un’altra perché si trucca troppo poco.
Di insultare Chiara Ferragni, perché non ha il seno rifatto. Di insultare Belén Rodríguez, perché invece lei il seno rifatto ce l’ha.

Il punto è smettere di vedere tutto questo come la normalità e accorgerci di come noi stessi, a turno, siamo vittime e carnefici in questo processo. Alimentato, sicuramente, da quei mass media e quegli esponenti politici che, anziché abbattere le disuguaglianze di genere, le veicolano e le impongono con sempre più forza.

Evidentemente, una famosa canzone del 1991 non è bastata per affermare il messaggio che “siamo donne, oltre alle gambe c’è di più”.

Ma anche noi donne, soprattutto noi donne, dovremmo smettere di giudicarci a vicenda e dovremmo capire che, quando criticano le nostre gambe, è perché non possono criticare le nostre idee.

Letture di approfondimento

Quando le persone diventano cose. Corpo e genere come uniche dimensioni di umanità. Bologna: Il Mulino. Pacilli, G. (2014).
Identità del male. La costruzione della violenza perfetta, pp. 139-156. Milano: Franco Angeli. Volpato, C. (2013).
L’oggettivazione sessuale in un’ottica psicosociale


Articolo di Benedetta Altomonte

 

Benedetta AltomonteDottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche e divulgatrice online. Si interessa in particolare di comunicazione, empowerment, tematiche sociali e di genere.

Founder di Behaviour – Psicologia e Società

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