HomeSocietàAttualitàNon credo alla psicologia e altro negazionismo scientifico che sta distruggendo il pianeta

Non credo alla psicologia e altro negazionismo scientifico che sta distruggendo il pianeta

Lo chiamiamo negazionismo scientifico e ci riferiamo alla tendenza delle persone -anche istruite- di rifiutare il consenso raggiunto dagli scienziati su uno o più argomenti. Ne è esempio eclatante dei nostri giorni il movimento dei no-vax, così come chi non crede che le attività umane siano la causa della crisi climatica. Un altro esempio ancora è quello dei terrapiattisti, che condiscono la sfiducia verso la scienza con del sano complottismo e intasano social, canali Youtube e giornali con le loro bizzarre teorie (su di loro, anche un recente documentario Netflix, qui il trailer).

Ma perché esiste il negazionismo scientifico, dove fonda le sue basi e cosa possiamo fare per controllarlo?

Non possiamo negare il negazionismo – partiamo da qui

Nel 2009, in un articolo pubblicato su European Journal of Public Health dal titolo Denialism: what is it and how should scientists respond, si diceva già che uno dei problemi principali della società e della comunità scientifica consiste nel riconoscere di essere di fronte a un caso o a un movimento negazionista. A lungo infatti si è ignorato il fenomeno nel suo complesso, sottovaltando le possibili implicazioni e ripercussioni.

twit della società dei terrapiattisti che dichiara che esisono membri "su tutto il globo"Chi avrebbe mai pensato che nel 2018 si sarebbero contati milioni di terrapiattisti su tutto il globo (!). E il problema qui non è più soltanto credere che la terra abbia una forma piuttosto che un’altra, ma l’adesione a una dottrina cospirativa che conduce le persone a pseudocredenze, ad allontanarsi dalla realtà e dalla verità scientifica che possiamo ottenere oggi.

Ora, secondo alcuni studiosi il negazionismo scientifico sta superando i meri confini della sfera intellettuale per entrare a tutti gli effetti nella politica, guidare scelte e decisioni che non hanno alcun fondamento tecnico scientifico. La politica che dovrebbe instradare le comunità verso azioni desiderabili, decidendo quali strade intraprendere sulla base delle conoscenze migliori e più aggiornate, diventa invece un gioco in cui vince chi sa parlare meglio, chi usa meglio i social e cavalca le emozioni. È sotto gli occhi di tutti…

Prima o poi lo scontro con la realtà sarà inevitabile. Nel frattempo, chi detiene il potere o lotta per conquistarlo può fare danni incalcolabili.

Per cambiare focus negazionista, ieri era la giornata di sciopero generale per il cambiamento climatico, promosso da una ragazzina di 16 anni, Greta Thunberg, che da diverso tempo ogni venerdì sciopera davanti al parlamento svedese. Non sono tardati ad arrivare i contenuti diffusi a mezzo web per screditare la genuinità e le buone intenzioni: “Ecco chi c’è davvero dietro Greta Thunberg”, titolavano alcuni siti e blog complottisti. Le notizie riportate, però, sono solo sensazionalismo e informazione distorta ad hoc, come ha scritto BUTAC smontando pezzo pezzo l’articolo.

Negazionismo e psicologia sociale

Quello del negazionismo scientifico è un problema di psicologia, in particolare di psicologia sociale.

È la mente che attivamente organizza i dati che raccogliamo attraverso i processi sensoriali costruendo una realtà che va al di là dell’informazione data. Non solo la percezione umana registra i dati della realtà, ma cerca le connessioni tra i vari elementi dell’oggetto da conoscere così da attribuire ad essi un senso.

Libro di Psicologia sociale alla mano, ricordiamo che la realtà che percepiamo, è una realtà, la nostra personale visione soggettiva.

Quello che è possibile intravedere nel modello comportamentale delle persone che diffidano dalla scienza, è probabilmente il modello dello scienziato ingenuo che, come avviene nell’ambito del ragionamento scientifico (da qui, scienziato), raccoglie i dati necessari alla conoscenza di un certo oggetto e giunge a conclusioni logiche -non necessariamente vere. Se da un lato infatti i terrapiattisti cercano di servirsi di esperimenti pescati da quello stesso metodo scientifico che rinnegano, le loro menti non sono cognitivamente disposte a registrare dati diversi da quelli che vengono attivamente ricercati nel tentativo di confermarli. Un vecchio ed esemplare caso di bias di conferma (ne abbiamo parlato in occasione delle campagne social della Settimana del Cervello 2018, trovi un approfondimento qui)

Il bias di conferma può essere inteso come un pregiudizio che si manifesta nella raccolta dei dati, come una cecità parziale che impedisce di osservare i fenomeni da più punti di vista. Proprio per questa sua natura, puoi ritrovare facilmente questo bias nei dibattiti politici, nei quali le fazioni differenti sembrano estremizzare le loro opinioni, focalizzando la loro attenzione su tutti quegli eventi o argomenti che non fanno che rinforzare la loro idea iniziale.

Insomma: se nevica a Roma, vuol dire che la storia del surriscaldamento globale è una balla!

La divulgazione non basta più, ci vogliono gli influencer…

Siamo davanti al curioso fenomeno per cui non solo la divulgazione scientifica non è efficace, ma rischia di essere controproducente. Pensate al caso del medico Roberto Burioni: con tutte le migliori intenzioni, di fatto fomenta entrambi gli schieramenti, con orientamento opposto, vaccinisti e antivaccinisti. Chi è portatore (si può guarire!) di un bias di anticonformismo, tenderà infatti a usare le informazioni ottenute per continuare a costruire una sua personale spiegazione della realtà, interpretando questo tentativo di diffondere notizie come l’ennesima forma di manipolazione dalla quale è indispensabile mettersi al riparo. Noi umani abbiamo infatti una incredibile capacità di farci ingannare non solo dai sensi, ma anche dagli argomenti degli altri che, spesso volutamente vaghi, ci spingono a creare teorie e verità apparentemente razionali per difendere inconsciamente credenze e metodi sbagliati. L’opinione pubblica è infatti spesso alla ricerca di risposte facili, intuitive e comprensibili, anche quando queste sono in aperta opposizione col consenso scientifico. Purtroppo il fenomeno viene ampificato dall’uso dei social, i quali per loro stesso funzionamento tendono a restituirci una bolla sociale che contiene persone che ci somigliano, la pensano come noi, seguono le stesse pagine informative e condividono gli stessi contenuti: uscire da questo meccanismo è veramente difficile, perchè è quasi impossibile accorgersi di esserne dentro.

Per questo dico che ci vogliono gli influencer, vi racconto un fatto curioso che è succeso proprio a me. Non ho mai nascosto il mio scetticismo nei confronti dell’omeopatia, in contesti privati o pubblici, questo perché (lontana dall’essere io stessa esente da bias!) sono abituata ad andare a fondo delle questioni scientifiche, non limitandomi alla lettura degli articoli riportati sui quotidiani. Ad oggi, l’orientamento della comunità scientifica è quello di escludere l’omeopatia dalle pratiche terapeutiche scientificamente valide ed efficaci, e io di questa comunità mi fido (cosa non scontata!), pertanto quando per sbaglio mi è capitato di acquistare un composto (non un farmaco, nè un medicinale) omeopatico, mi sono sentita ingannata e derubata (l’ho raccontato anche in un post sulla mia pagina Facebook). L’unica volta in cui ho messo in dubbio la mia posizione è stata quella volta in cui una collega di cui ho stima, ha fatto un’affermazione a favore dell’impiego dell’omeopatia, la quale per i suoi studi e le sue considerazioni sarebbe efficace. Questo mi ha incuriosito. Trovare i prodotti omeopatici in farmacia o sapere che alcuni medici li prescrivono non aveva mai sortito lo stesso effetto di una persona che, vicina a me da tanti punti di vista, dava pacatamente la sua opinione, da vera influencer.

La responsabilità della politica

Il primo e forse più pericoloso negazionista è Donald Trump, dal quale in quanto presidente di una delle nazioni più potenti ci si aspetterebbe rigore e azioni concrete e rapide, ad esempio nei confronti dell’emergenza climatica. Tutt’altro. Fuori dagli accordi mondiali sul clima, probabilmente è destinato ad impersonare quel presidente che non dà ascolto agli scienziati in uno dei tanti film post-apocalittici che negli anni ci hanno proposto questa scena. Solo che questa volta è tutto vero. Di recente mi sono anche domandata: e se una posizione la prendesse il Papa? I cristiani praticanti rinunciano ancora alla carne in periodi di quaresima, avrebbe il Papa il potere di sensibilizzarli a consumarne di meno tutto l’anno, per salvare il pianeta dalle emissioni degli allevamenti intensivi, oggi riconosciute come una delle cause accertate del surriscaldamento globale? Non è forse il Papa il primo e più antico influencer, in grado di istruire ed indirizzare le folle verso outcome comportamentali desiderati?

Non credo alla psicologia

E ora torniamo al titolo. Mi è capitato di scontrarmi con la desolante realtà che al mondo esistono persone che rinnegano la loro stessa natura di esseri pensanti e razionali, rinnegando la validità e l’affidabilità della disciplina psicologica. Non credere alla psicologia, come se si trattasse di una fede e non di una scienza con dei metodi propri, è tra i pericoli più grandi: esclude la possibiità di prendere contatto coi propri pensieri, con le proprie motivazioni e infine con i propri comportamenti. Non credere alla psicologia, al cambiamento climatico, e sospetto anche alle cosiddette famiglie arcobaleno, che sono lì fuori in moltissime case italiane, ma che ancora facciamo fatica a riconoscere come nuclei familiari appartenenti alla nostra società, rientra nel calderone di quel negazionismo scellerato e quasi irrefrenabile. E c’è un altro esempio che mi viene in mente: negare le statistiche sugli incidenti e i morti provocati dal possesso di un’arma, oggi che in Italia si sta portando avanti una legge sulla legittima difesa. I dati del CENSIS affermano che non vi è alcuna emergenza sicurezza, ma le persone sono convinte di sì, sono spaventate e vogliono possedere delle armi. Il risultato, temo, sarà disastroso.

Alle soluzioni più drastiche ed estremiste che vogliono limitare la libertà personale e il diritto di voto (!), è il caso di iniziare ad affiancare soluzioni più moderate, ma non per questo meno risolute, soprattutto realistiche, che prendando in carico la complessità dei sistemi sociali, delle verità e delle reazioni emotive delle persone, del sistema informativo e di divulgazione, per una comunicazione più efficiente oltre che efficace, che intercetti per tempo i problemi e i movimenti a rischio di diventare pseudoscientifici o controscientifici, in un mondo in cui se vogliamo ritenerci in grado di fare del bene e cambiare in meglio, dobbiamo a un certo punto vedere e accettare le nostre responsabilità anche quando queste hanno effetti indesiderati e insperati. Dobbiamo riprendere il nostro senso di autoefficacia e usarlo laddove serve di più, nel senso che vogliamo dare alla nostra vita e al destino di questo mondo che abitiamo.

Grazie a Benedetta Altomonte