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Psicologia Digitale. Lo strumento per la mente 2.0

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La Psicologia, ed in particolare la Psicologia Digitale, avrà nel futuro uno spazio sempre più centrale, non solo per conoscere le trasformazioni psicologiche dell’era digitale, ma anche per progettare i media e la tecnologia affinché sostengano il benessere psicologico delle persone.

Nell’era digitale la tecnologia diviene sempre di più un Sistema Nervoso esterno per l’essere umano. Siamo sempre più connessi alla rete e la rete lo è a noi, alle nostre esigenze, ai nostri bisogni e alle nostre necessità. Grazie all’Internet of Things presto saremo connessi anche con i singoli oggetti della vita quotidiana ed essi, tramite uno smartphone, a noi.

Ma cosa succede alla mente 2.0? Quella mente che nasce, cresce e si definisce in questo nuovo contesto digitalizzato? I più recenti studi stanno mettendo in luce come ci stiamo muovendo verso un nuovo profilo cognitivo.

Nell’era digitale cambiano molti processi:

  • attentivi: da un’attenzione di tipo sequenziale si vede come sempre più le nuove generazioni
    passino ad una modalità di attenzione “a salti”, fatta di una moltitudine di stimoli, di pop-up che
    si aprono;
  • mnestici: sempre più esternalizzati a devices esterni;
  • di apprendimento: quello sequenziale sembra sempre di più premiare il multi-tasking e fondarsi
    su competenze visuo-spaziali.

uomo al computer

Sta contestualmente evolvendo il linguaggio. Ed ogni linguaggio porta alla creazione di nuovi mondi, anche dal punto di vista psicologico. Da un nuovo modello di mente nasce, dunque, un nuovo modo di esprimere la sofferenza ed il disagio.

La Psicologia Digitale come risposta

A fronte di tali processi, la ricerca non è rimasta a guardare: la Psicologia Digitale nasce per indagare i processi psicologici di trasformazione connessi all’evoluzione digitale.

La Psicologia Digitale, seppur frammentata nella sua spiccata dimensione multidisciplinare, ha infatti prodotto un’imponente letteratura che inizia a trovare una collocazione teorica: ne è un esempio l’introduzione delle Cyber-dipendenze (dipendenza da internet, dipendenza da smartphone…) nel DSM 5.

La Psicologia, ed in particolare la Psicologia Digitale, avrà nel futuro uno spazio sempre più
centrale, non solo per conoscere le trasformazioni psicologiche dell’era digitale, ma anche per
progettare i media e la tecnologia affinché sostengano il benessere psicologico delle persone.

Inoltre, molti strumenti tecnologici hanno dimostrato di rappresentare della valide integrazioni degli strumenti a disposizione di psicologi e psicoterapeuti. La necessità di aggiornarsi, di riqualificare la cultura psicologica e i linguaggi per riuscire a comunicare con le nuove generazioni e intercettare nuovi segmenti di clientela, diviene oggi sempre più urgente.

La Realtà Virtuale come strumento dello Psicologo Clinico

Tra gli strumenti più promettenti a disposizione dello Psicologo vi è sicuramente la Realtà Virtuale (VR). Con il termine Realtà Virtuale facciamo riferimento ad “un ambiente tridimensionale generato dal computer, in cui i soggetti interagiscono con l’ambiente come se fossero realmente al suo interno” (Riva, 2004).

La Realtà Virtuale è considerata una sofisticata interfaccia comunicativa in cui l’utente sperimenta il “senso di presenza”: ovvero “la sensazione di essere all’interno del mondo virtuale generato dal pc” (Riva, 2009).

Secondo Antinucci (1998) la Realtà Virtuale permette di conoscere il mondo mediante un  apprendimento di tipo senso-motorio, più naturale per le nuove generazioni, rispetto all’apprendimento di tipo simbolico-ricostruttivo, mediato dal linguaggio e dalla scrittura.

Grazie ad un apposito visore (head mounted display, HMD) e agli altri device dedicati, gli ambienti virtuali ricreati dall’elaboratore elettronico coinvolgono l’individuo mediante molteplici canali sensoriali e determinano un’esperienza fortemente realistica, al punto da poter interagire con essi con sensazioni, emozioni e valutazioni tipiche della quotidiana interazione con il mondo reale.

Questa tecnologia induce infatti a pensare di rivivere una realtà alternativa, “ingannando – in un certo senso – i sensi dell’utente” (Cantelmi, 2013). Per questa via la Realtà Virtuale veicola un’esperienza sensoriale in grado di generare apprendimento e di generalizzare l’apprendimento.

I vantaggi della Realtà Virtuale

Oltre ai vantaggi precedentemente citati, uno dei benefici principali connessi all’impiego della Realtà Virtuale in ambito terapeutico deriva dalla possibilità di manipolare molte delle variabili dello scenario nel quale si immergerà il paziente.

Le pratiche riprodotte in virtuo presentano un vantaggio unico rispetto alle pratiche in vivo poiché i protocolli d’intervento possono essere controllati, ripetuti, settati sulle necessità del paziente e, inoltre, gli stimoli possono essere presentati gradualmente.

La possibilità di simulare scenari anche complessi consente a chi ne fruisce di costruire le competenze e le abilità necessarie prima di impegnarsi nel compito “reale”. Fornendo agli utenti una simulazione altamente realistica, coinvolgente, sicura e controllabile, questi sono in grado di sviluppare le capacità, la fiducia, la preparazione mentale e psicofisica per affrontare i compiti del mondo reale (Smith e Steel, 2001).

Le pratiche riprodotte in virtuo possono, ad esempio, essere impiegate per lavorare sulle convinzioni disfunzionali, in una situazione simile a quella in vivo, ma controllata. Un percorso su misura, all’interno del quale il terapeuta può esercitare un controllo sulle condizioni dell’esposizione, in modo da stabilirne volta per volta il livello di difficoltà.

La Realtà Virtuale diviene così una “interfaccia esperienziale” (Mon-williams, 1996), in cui la conoscenza si produce dal “fare esperienza” e riflettere su di essa.

uomo con visore Realtà Virtuale

Oltre ad accrescere la compliance e l’engagement del paziente, gli ambienti di Realtà Virtuale ne garantiscono la piena riservatezza, incentivandolo a sottoporsi alla terapia (Wiederhold & Wiederhold, 2001; Vincelli e Riva, 2007).

I suoi campi di applicazione spaziano dal trattamento dei disturbi d’ansia (in particolare fobie specifiche), al DOC, ai disturbi alimentari, alla riabilitazione psichiatrica, alla sessuologia e alla psicologia dello sport.

 

Quale formazione seguire per lavorare con la Realtà Virtuale

Cercando le parole chiave “Virtual Reality” e “Psychology” su Google Scholar, la ricerca produrrà ben 1.160.000 risultati: una mole enorme di letteratura in continua crescita. Coerentemente con quanto emerge in letteratura, anche nella pratica clinica l’utilizzo di visori per la Realtà Virtuale si sta diffondendo sempre di più.

Se da un lato i costi della tecnologia sono ormai estremamente accessibili, quello che oggi manca è la conoscenza degli strumenti, nonché la disponibilità di occasioni realmente formative e la definizione di Linee Guida scientificamente fondate per l’impiego di questi strumenti. Sebbene rappresentino dei casi isolati, alcune Università stanno inaugurando dei corsi di Laurea di estremo interesse: il Corso di Cyberpsicologia dell’Università LUMSA di Roma, e il Corso di Psicologia Positiva dell’Università Cattolica di Milano ne sono un esempio.

Al di fuori dell’ambito accademico le occasioni formative si fanno sporadiche. Tra le iniziative più
interessanti recentemente promosse si segnala la c.d “Masterclass di Psicologia Digitale”, che si terrà a Roma il 23 e 24 Novembre e promossa da Idego – Psicologia Digitale, la start-up innovativa che da ormai 3 anni forma gli psicologi alla Realtà Virtuale, fornendo loro anche visori e software pronti all’uso nella pratica clinica.

Masterclass di Psicologia Digitale idego

In conclusione, la Psicologia Digitale ha evidenziato come il processo di digitalizzazione sta radicalmente trasformando il contesto nel quale operano i professionisti della Salute Mentale. L’interazione con le nuove tecnologie, infatti, sta portando alla costruzione di nuovi linguaggi, cui corrisponde la nascita di nuovi mondi, anche psicologici. Se da una parte diviene sempre più necessario indagare le conseguenze psicologiche di questi processi, dall’altra nuovi strumenti tecnologici stanno dimostrando di essere delle valide integrazioni dei tradizionali strumenti a disposizione dello Psicologo. Tra questi la Realtà Virtuale
ha dimostrato da oltre 20 anni di rappresentare uno strumento efficace per il trattamento di molti disturbi, ma non solo. La VR rappresenta un linguaggio, in grado di parlare alle nuove generazioni,
di agganciare nuovi segmenti di clientela, di rendere la terapia più coinvolgente per il paziente. Insomma, una vera opportunità e necessità per i professionisti della Salute Mentale.

Federica Sparti

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