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Come facciamo a riconoscere il nostro corpo

Come fai ad essere sicuro che il tuo corpo sia il tuo, che cos’è che ti dà questa percezione di appartenenza? Il concetto di “body ownership”, coniato da Gallagher nel 2000, spiega perchè attribuiamo l’appartenenza del nostro corpo a noi stessi e non a qualcun altro.

Il semplice atto di camminare fa sì che ci rendiamo contro che le gambe utilizzate ci appartengano, allo stesso modo, quando mangiamo percepiamo che lingua e denti utilizzati sono i nostri. Un interessante dibattito è la differenza tra sé-comeoggetto e sé-come-soggetto (Wittgenstein, 1958).

Il sé-come-oggetto si riferisce al sé come oggetto di un’azione o esperienza, mentre il sé-come-soggetto si riferisce al sé come soggetto dell’azione, colui che compie effettivamente l’atto. Nel concreto, immaginate di avere dolore a un dito della vostra mano destra e di vedere di fianco al vostro braccio il dito schiacciato di un vostro amico. Automaticamente penserete che il dolore percepito venga dal dito del vostro amico. In questo caso, quindi, il corpo è considerato come “oggetto” del dolore in quanto il cervello è “confuso” rispetto all’elaborazione dello stimolo in una modalità multisensoriale.

Un altro esempio, invece, è quello del mal di denti. Immaginate di avere un forte mal di denti, in quel caso non potrete non essere sicuri che il dente che vi fa male è proprio il vostro. In questo caso, il vostro corpo è soggetto del dolore.

Come si studia la consapevolezza del corpo

Fig. 1

Le illusioni sono un ottimo mezzo per studiare la consapevolezza del nostro corpo.

Nel 1998 Botvinick e Cohen svilupparono un paradigma con il quale studiare e analizzare questa domanda. Questo è chiamato “rubber hand illusion paradigm” (RHI, Fig. 1), e può letteralmente “prendersi gioco di voi”. Esso implica che una mano dei soggetti venga nascosta dietro un pannello di legno, mentre di fronte ai soggetti stessi vi è posta una mano di plastica. Lo sperimentatore accarezza con dei pennelli sia la mano nascosta sia la mano di plastica ben in vista dal partecipante. Quando queste carezze vengono amministrate sincronicamente il partecipante percepisce la mano di plastica come se fosse la propria. Ciò è stato dimostrato anche tramite una risposta fisiologica in uno studio del 2003.

Ramachandran e colleghi, infatti, mentre somministravano il paradigma dell’RHI misuravano tramite un registratore di conduttanza cutanea, quanto il corpo “sudasse” inconsciamente. Durante la procedura, la mano di plastica veniva attaccata da un oggetto appuntito, e in quel momento la risposta della conduttanza cutanea aumentava significativamente (video in bibliografia). Con questa scoperta, gli autori dimostrarono quanto il nostro cervello possa essere ingannato tramite le illusioni.

Fig. 2

Nel 2008, fu sviluppato un paradigma che tenesse in considerazione tutto il corpo, piuttosto che solo una mano. Con il paradigma dell’illusione dell’intero corpo (Petkova et al., 2008, Fig. 2) i ricercatori dimostrarono che i soggetti potessero inglobare e percepire il
corpo di un manichino come il proprio.

Cosa succede a livello cerebrale?

Il meccanismo che sottosta queste illusioni viene chiamato “integrazione multisensoriale”. Esso rappresenta il modo tramite il quale uno stimolo viene catturato attraverso i diversi sensi e rielaborato a livello corticale in base ai diversi input ricevuti. Infatti, nel paradigma RHI l’attribuzione a sé stessi della mano finta dipende dall’accoppiamento di vista e tatto in un percetto unico, nonostante la diversa natura degli stimoli esterni.

Nel 2004, Ehrsson et al. ipotizzarono che la corteccia premotoria ventrale potesse essere un buon candidato per la rappresentazione del proprio corpo. Egli utilizzò la risonanza magnetica funzionale (fMRI) ai fini di trovare attivazione cerebrale nell’area sopraindicata mentre ai soggetti veniva amministrato il paradigma della “rubber hand illusion”. Quando i soggetti riportavano una forte illusione della mano finta, l’attivazione cerebrale nella corteccia premotoria ventrale aumentava, facendo ottenere così una correlazione positiva tra le due misurazioni.

Applicando questi esperimenti nella vita quotidiana, essi risultano molto utili per potere sviluppare al meglio protesi per soggetti con arti amputati.


Sull’autrice

Sara Coppi

sara coppiCiao sono Sara Coppi, laureata in Cognitive Neuroscience and Clinical Neuropsychology presso l’Univeristà di Padova. Mi sono appassionata in un primo momento alla Psicologia e quindi al comportamento umano nelle diverse sfaccettature della vita. Dopodichè ho scoperto il “mondo delle neuroscieze cognitive” che mi ha assorbito completamente. Quello che trovo più affascinante del cervello è come, da esso, derivano tutti i nostri pensieri e comportamenti! Quello che mi piace, inoltre, è camminare nella natura, viaggiare e leggere poesie!

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