HomeSocietàAttualitàL’impatto del PTSD sul cervello di chi sopravvive a un terremoto. Uno studio di neuroimaging

L’impatto del PTSD sul cervello di chi sopravvive a un terremoto. Uno studio di neuroimaging

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Due persone vivono l’esperienza traumatica del terremoto; una sviluppa un Disturbo Post- Traumatico da Stress (PTSD) e l’altra no. Perchè? Ci sono differenze nei cervelli di queste due persone? Un recente studio pubblicato su Radiology sembra suggerire di sì.

Cos’è il PTSD?

Il PTSD è un disturbo d’ansia invalidante innescato dall’aver vissuto un evento traumatico che ha comportato un pericolo per la propria o altrui integrità fisica. I sintomi possono includere ricordi intensi e ricorrenti dell’evento, sogni spiacevoli, torpore emotivo, senso di colpa o di intensa preoccupazione, scoppi d’ira, evitamento persistente di stimoli che ricordano l’evento, rivivere l’esperienza traumatica attraverso flashback.

In questo studio i ricercatori hanno cercato di capire, mediante la risonanza magnetica – che permette di avere un’immagine del cervello in 3D -, se il cervello dei sopravvissuti con diagnosi di PTDS (nello studio 67 persone) fosse diverso – e in cosa – da quello delle persone che non avevano manifestato la sintomatologia (78). Inoltre hanno indagato la relazione tra le seguenti variabili:

  • anomalie cerebrali individuate
  • gravità della sintomatologia
  • tempo intercorso dall’esordio della manifestazione clinica

Cosa hanno trovato?

Dall’analisi delle immagini del cervello dei partecipanti è emerso che le persone con PTSD presentavano un maggiore spessore di tessuto cerebrale in alcune aree – giro temporale superiore, lobulo parietale inferiore e precuneo di sinistra – rispetto ai sopravvissuti che non avevano manifestato il PTSD, ma allo stesso tempo una riduzione generale del volume del cervello – nella porzione posteriore del corpo calloso. Nello specifico, secondo lo studio, nelle prime fasi del PTSD si verificherebbe un incremento di volume di alcune aree della corteccia cerebrale – parte più esterna del cervello definita anche materia grigia – probabilmente a causa di alcuni processi neuroinfiammatori. Questo risultato è in contrasto con studi precedenti condotti su pazienti con PTSD cronico, studi che hanno invece individuato una riduzione di alcune aree del cervello.

Verso una maggiore comprensione dei flashback visivi

I flashback sono ricordi vividi dell’evento traumatico – attivati solitamente in seguito all’esposizione di eventi o stimoli che assomigliano o simboleggiano l’evento traumatico –  ai quali la persona risponde con la stessa intensità emotiva e reattività fisiologica con cui reagirebbe nel caso in cui il pericolo fosse reale. Questo vissuto costringe la persona ad adottare strategie difensive estremamente dispendiose dal punto di vista emotivo e fisico per evitare qualsiasi cosa che possa riportare la mente all’evento traumatico: ad esempio evitare pensieri, sentimenti o conversazioni che lo riguardano e attività, situazioni o persone che lo ricordano.

In questo studio i ricercatori hanno individuato una correlazione positiva tra l’inspessimento del precuneo di sinistra e  la gravità del PTSD. Dunque sembra che l’incremento del volume del precuneo coincida con un incremento della sintomatologia del disturbo. Il precuneo di sinistra è noto per avere un ruolo importante nell’elaborazione delle informazioni visive e sembra particolarmente attivo nei pazienti con PTSD durante i compiti di memoria.

Perché è importante questo studio?

I risultati di questo studio potrebbero aiutare la comunità medica a meglio comprendere i cambiamenti che si verificano nel cervello subito dopo l’esposizione al trauma; potrebbero orientare all’individuazione di marcatori utili per identificare più facilmente quei soggetti sopravvissuti al trauma che hanno una maggiore probabilità di sviluppare il PTSD.

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La passione e l’attenzione verso tematiche relative al cervello, al comportamento e alle emozioni hanno sempre guidato le scelte formative e professionali di Elisabetta Grippa. "Ogni esperto dovrebbe creare un dialogo continuo e constante non solo tra colleghi, ma anche con il pubblico generale, al fine di diffondere conoscenze utili per tutti". L’esperto, secondo Elisabetta, dovrebbe svolgere una sorta di mediazione culturale fra il mondo scientifico e quello della gente comune. Tra i suoi interessi vi sono la lettura e i viaggi.